Una lettera inattesa, giunta dal Marocco, incrina l’equilibrio di un professore già provato da un lutto familiare e lo sospinge verso una decisione radicale: lasciare la sicurezza domestica, la moglie, i figli, per inseguire le tracce di un ex allievo enigmatico, Andrea – o Sanda, come ora si firma. Il viaggio che ne nasce si snoda tra città e deserti, incontri perturbanti e indizi sfuggenti, in un susseguirsi di deviazioni che rendono incerto ogni approdo e ambigua ogni verità.
A muovere la narrazione è una tensione duplice: da un lato l’urgenza di comprendere il destino di chi si è sottratto a ogni definizione, dall’altro il bisogno, più segreto, di interrogare la propria identità, le scelte compiute, le rinunce sedimentate negli anni. Il protagonista si inoltra così in un territorio dove realtà e immaginazione si compenetrano, dove i paesaggi esotici – carichi di luce, odori, suoni – diventano specchio di una inquietudine interiore che non trova tregua.
La scrittura procede per scarti, sospensioni, aperture improvvise: ogni episodio sembra promettere una rivelazione, salvo poi dischiudere ulteriori enigmi. Ne deriva un racconto che sfugge alle coordinate del genere e si affida a una logica più sottile, quasi onirica, in cui il viaggio si fa esperienza liminale, attraversamento di confini visibili e invisibili. Sullo sfondo, una riflessione insistita sul desiderio di altrove – come impulso vitale, ma anche come rischio di smarrimento – attraversa le pagine e le tiene in tensione. Resta, fino all’ultimo, un senso di instabilità fertile: ciò che appare non coincide mai del tutto con ciò che è, e la verità si sottrae a ogni presa definitiva, lasciando al lettore il compito di orientarsi in un orizzonte volutamente mobile, aperto, inquieto.