Un dettato poetico che nasce da una tensione interiore mai pacificata e si sviluppa come attraversamento: parola dopo parola, la voce lirica si misura con l’assenza, il desiderio, la perdita, fino a trasformare il dolore in materia viva. I testi si susseguono senza chiusure definitive, come se ogni verso restasse in sospensione, affidato a un flusso che rifiuta la compiutezza e cerca, piuttosto, una forma possibile di verità.
Il percorso si articola in due movimenti: da un lato una zona più densa e viscerale, dove l’amore si fa ossessione, ferita, dissoluzione del sé; dall’altro una progressiva riconfigurazione dello sguardo, in cui la parola, pur consapevole della propria fragilità, tenta una ricomposizione, una resistenza. La lingua, a tratti febbrile e immaginifica, attinge a un repertorio simbolico ampio – naturale, mitico, spirituale – senza mai indulgere in un puro esercizio stilistico: ciò che emerge è piuttosto un’urgenza espressiva, un bisogno di nominare l’esperienza.
A sostenere l’intera silloge è una riflessione insistita sulla funzione stessa della poesia: non rifugio consolatorio, ma spazio in cui il nulla può essere guardato e, in qualche misura, trasfigurato. Ne deriva una scrittura che accetta il rischio dell’incompiutezza e trova proprio in questa tensione la propria autenticità. Un itinerario lirico che, senza offrire approdi rassicuranti, accompagna verso una forma di consapevolezza più nuda e, forse, più vera.