In Rabeschi, Manuela Cesaretti compone un tessuto letterario fluido e cangiante, in cui prosa e poesia si intrecciano secondo una logica volutamente erratica, affidata al moto libero della memoria e dell’immaginazione. Ne scaturisce un prosimetro che rinuncia a ogni rigidità formale per abbracciare una scrittura istintiva, quasi medianica, capace di trasformare l’esperienza vissuta in una trama di immagini e risonanze interiori.
Le pagine si offrono come un atlante emotivo, dove il tempo non procede ma riaffiora: ricordi, visioni e frammenti di quotidiano si dispongono in una costellazione di epifanie, ora luminose, ora attraversate da una malinconia sottile. La natura – il vento, il mare, le stagioni – non è semplice sfondo, bensì organismo vivo che dialoga con l’interiorità, specchio e controcanto di una coscienza in perenne ricerca di sé.
Accanto ai testi lirici, i racconti introducono figure marginali e destini sospesi, restituendo un’umanità fragile, spesso ferita, ma attraversata da inattese possibilità di riscatto. In questa alternanza di registri, l’Autrice costruisce un’opera che è insieme confessione e osservazione, intimità e apertura al mondo.
Un prosimetro di linee mobili, di segni che si rincorrono e si sovrappongono, come rabeschi tracciati sul foglio del tempo: una scrittura che non pretende di ordinare il reale, ma lo accoglie nella sua complessità, restituendone il respiro profondo e inquieto.