In una città che promette tutto e non mantiene quasi nulla, un uomo passa le giornate a galleggiare tra lavori provvisori, stanze condivise e notti che sembrano non finire mai. Non prima di mezzogiorno è il ritratto scomposto e febbrile di un’esistenza ai margini, raccontata senza filtri, con una voce che graffia, ride e si ferma a pensare quando meno te lo aspetti.
Il protagonista attraversa Bologna come un reduce senza guerra: osserva, giudica, ricorda. Ogni impiego è una parentesi destinata a chiudersi, ogni relazione un tentativo a tempo determinato, ogni giornata una replica con variazioni minime. Intorno a lui si muove un’umanità stanca, ipnotizzata da slogan, orari e promesse di riscatto, mentre il pensiero scivola altrove: nei libri, nella musica, nei ricordi di una terra natia luminosa e distante, nelle ossessioni che affiorano quando il rumore di fondo si attenua.
Questi racconti non cercano una trama rassicurante né un’evoluzione consolatoria. Procedono per scarti, ritorni, improvvise accelerazioni della coscienza. Il realismo più brutale convive con divagazioni colte, lampi lirici e un’ironia amara che smaschera il mito del lavoro, della normalità, del “sistemarsi”. Il tempo non avanza: gira in tondo, come le notti al bancone o le mattine rimandate il più possibile.
Eppure, dentro questa ripetizione soffocante, resiste una scintilla ostinata. Scrivere, leggere, bere, osservare: piccoli gesti che diventano atti di sopravvivenza. Una silloge controcorrente, che racconta la precarietà come condizione dell’anima prima ancora che economica, e dà voce a chi resta sveglio quando il mondo si alza, chiedendosi se esista davvero un’altra strada o se l’unica libertà possibile sia continuare a guardare, con lucidità e disperata sincerità, ciò che ci circonda.