C’è un paese che nessuno nomina, ma tutti riconoscono. Un luogo dove la memoria e l’ironia si intrecciano come fili di una stessa trama. È da lì che parte il narratore di Tre e quattordici, fingendosi massone per inseguire il mistero di un’espressione locale – “tre e quattordici” – e per risolvere un enigma: la scomparsa di sedici dipinti riapparsi a Parigi in una grande mostra. Ma l’indagine, più che verso il delitto, conduce nel cuore di un’identità collettiva, fatta di memorie, dialetti, superstizioni, e di quella sapienza spiccia che solo gli ottantenni custodiscono.
Tra pescatori, murifabbri, vecchi amici e fantasmi illustri, il protagonista attraversa un paesaggio che muta come la memoria stessa: le tende del primo Club Med diventano villette di lusso, i santi si mescolano ai miti, la storia si confonde con la leggenda. Ogni aneddoto è una cartolina dipinta “con i piedi”, ma intrisa di poesia e di malinconia.
Alessandro Dell’Aira costruisce un romanzo stratificato, ironico e visionario, dove la narrazione scompone e ricompone la realtà in frammenti di tempo e voce. Tre e quattordici è una riflessione sull’inganno della modernità, sull’identità di luoghi che cambiano troppo in fretta e sulla memoria come forma di resistenza.
Nel suo sguardo partecipe e disincantato, Dell’Aira restituisce l’anima di un Sud non folklorico ma universale, dove le storie dei vecchi sono l’ultimo argine contro l’oblio. Il romanzo procede come una marea: porta con sé relitti, ironia, nostalgia, e il brivido di scoprire che ogni mistero, alla fine, parla di noi.